Incontro con Kim Young Ha

Ogni volta che incontro un personaggio che stimo è una sorpresa. E poter ascoltare in prima persona Kim Young Ha, uno dei miei scrittori preferiti, è stato emozionante.

Avevo visto delle sue foto prima, eppure non gli rendono giustizia.
A dispetto dell’idea comune che gli orientali sono bassi, lui è piuttosto alto, ma soprattutto appare molto più giovane della sua età, tanto che nel vederlo non ero affatto sicura che fosse lui.

L’incontro si è svolto principalmente in forma di intervista e ha toccato vari argomenti: dal problema d’identità (sentirsi e/o essere di un determinato posto) nella società contemporanea non solo sud coreana, all’idea che il mestiere dello scrittore si leghi allo “storytelling” e alle bugie che i bimbi raccontando.

Il problema dell’identità è trattato sicuramente nel romanzo “L’impero delle luci“, e l’autore faceva notare come il protagonista del romanzo a contrario di chi si trova in un paese di etnia diversa dalla propria, essendo una spia nord coreana inviata a sud, si trova diviso fra due mondi ai quali sente di appartenere e ai quali anche esteriormente potrebbe appartenere.
“L’impero delle luci” è un romanzo molto interessante, non credo sia corretto definirlo una spy story, come invece è stato scritto sulla copertina, in quanto l’elemento dello spionaggio è solo quello da cui parte tutto il racconto, e per quanto continui ad aleggiare come una nube scura sulle vicende umane che intanto accadono al protagonista e alla sua famiglia, ciò che viene maggiormente trattato sono i sentimenti, i pensieri e le azioni che avvengono nell’arco della giornata decisiva del protagonista. Dal contatto con Pyongyang alla scelta finale.

Pensiero e azione, sentimento e realtà oggettiva, sono presenti anche nella raccolta di racconti brevi “Che cosa ci fa un morto nell’ascensore?” ed è probabilmente questo fatto che mi attrae. I contesti cambiano rispetto a quelli occidentali e in particolare italiani, come anche la quotidianità descritta, ma ci sono numerosi spunti di riflessione ed elementi che riflettono in generale l’uomo nella società contemporanea.

All’incontro si è parlato anche della traduzione dei romanzi di Kim Young Ha e della sua traduzione in Coreano de “Il grande Gatsby” di Fitzgerald.
L’aver tradotto questo romanzo gli ha fatto apprezzare la grande difficoltà che i traduttori delle sue opere in tutto il mondo si trovano ad affrontare. Ma ha anche scherzato sul fatto che i suoi traduttori quando hanno dubbi gli scrivono per email, mentre lui non aveva modo di comunicare con Fizgerald, autore della prima metà del ‘900.

Ho trovato anche molto interessante il suo rapporto con la fama.
Da un lato infatti c’è lui scrittore, che nonostante il grande riconoscimento in patria e all’estero, mantiene un’aria assolutamente di “uomo della porta accanto”.
Dall’altra ci sono le traduzioni dei suoi libri: altri libri. “Vedere un libro che sai che è il tuo, ma che sai di non aver scritto”, era questo bene o male il pensiero da cui partiva la sua riflessione. I suoi libri sono tradotti in più lingue di quelle che lui conosce e quindi leggere il suo nome su libri che sono traduzioni del suo ma in lingue a lui sconosciute e che quindi lui “non ha scritto”, crea sentimenti contrapposti. Probabilmente anche il fatto stesso che ciò che lui scrive viene preso e scritto nuovamente in un altra lingua lo confonde.
Sostanzialmente ha detto che il fatto di essere tradotto gli da una bella sensazione, ma al tempo stesso è anche una sensazione strana, quindi non capisce ancora quanto ne sia felice.

La mia gioia però è salita nel sentire che il romanzo che lo ha reso famoso in patria “Ho il diritto di distruggere me stesso“, sarà probabilmente pubblicato in Italia l’anno prossimo.
In realtà ha anche detto che già 10 anni fa ne erano stati comprati i diritti, ma poi erano sorti dei problemi che ne hanno impedito l’effettiva pubblicazione. Se Dio vuole questa volta però sarà pubblicato.
Il romanzo effettivamente tocca un tema delicato, quello del suicidio. Anzi, proprio il narratore è una persona che aiuta i suicidi ad uccidersi.
L’autore ha detto che all’epoca (28 anni), desiderava indagare il rapporto fra eros e thanatos, e che sentiva un forte interesse per l’argomento suicidio.
Perché alcune persone decidono di togliersi la vita?
E così ha scritto ininterrottamente per 15 giorni, senza praticamente lavarsi, mangiare, bere o dormire. Aveva bisogno di parlarne. Ed è nato quello che è stato il suo tramplino di lancio nel mondo degli scrittori di successo.

Kim Young Ha, che già nei suoi libri appare come un uomo colto, conoscitore non solo della letteratura locale, ma anche asiatica e in generale mondiale, ha solo confermato questa impressione con le sue parole.
Inoltre mi ha fatto piacere rendermi conto che il suo linguaggio, e il modo in cui si esprimeva, nonostante la mia scarsa conoscenza della lingua, mi permettevano di capire molti punti di ciò che diceva sul momento.
Ma quello che non mi sarei aspettata era che conoscesse, e che avesse letto da bambino, i racconti di Guareschi su Don Camillo e Peppone. Racconti che tra l’altro mi sembrano molto meno noti a noi, soprattutto rispetto ai film che ne sono stati tratti, e che invece sono molto divertenti.

E questa immagine di un bambino di campagna sud coreano che legge le avventure di Don Camillo e Peppone non credo che mi lascerà più.

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